In occa­sione del­la pri­ma set­ti­mana dall’uscita di Cygnus Vi omag­gio i pri­mi capi­toli del­la sto­ria.

Buona let­tura,

 

Tosach (Prologo)

 

Recente pas­sato.

Bor­go di Fion­nell, fores­ta di Whoille.

 

๑♖۞♖๑

 

La luna era lì, il gio­vane alzò gli occhi e la vide. Se le mani non gli fos­sero state legate sopra la tes­ta, gli sarebbe bas­ta­to allun­gar­ne una per carez­zarla.

Bian­ca, opales­cente, per­fet­ta.

Quan­do trova­va un var­co, nel­la fit­ta tra­ma di nuv­ole minac­ciose di tem­pes­ta, span­de­va la sua luce diafana, e illu­mi­na­va il viso sor­ri­dente, smil­zo e but­ter­a­to dell’aguzzino. Era empio d’ingiustificata sod­dis­fazione e sceller­a­ta crudeltà.

Dam­mi la forza’ implorò il gio­vane alla luna, pri­ma di rivedere lo scin­til­lio del­la fiamma river­ber­are sul fer­ro rovente. Si sen­tì man­care, e con tut­to il cuore desiderò cadere den­tro a una vor­agine. Pre­cip­i­tan­do al cen­tro del­la ter­ra si sarebbe rot­to ogni osso del cor­po, ma sarebbe sta­to meglio che patire quell’inaudito tor­men­to.

Non trova­va ragione; non esiste­va causa che gius­ti­fi­cas­se un tale sup­plizio.

Il pan­i­co lo travolse, si accalorò men­tre geli­di riv­o­li di sudore gli int­i­rizzirono la pelle. Tese i mus­coli, corde vibran­ti in atte­sa, gon­fiò il pet­to, tut­tavia capì: non sarebbe mai sta­to pron­to. Strinse i den­ti, la lin­gua in mez­zo, il sapore del rame si mescolò al fiele. Lan­ciò un’ultima sup­pli­ca alla luna, ‘Ti prego, ti prego!’ Striz­zò gli occhi, dilatò le nar­i­ci ‘Dam­mi il cor­ag­gio!’ . Luna glielo ave­va già dona­to tut­to. L’ultimo ali­to era vola­to via, insieme ai bran­del­li di pelle dell’orecchio, ora ridot­to a un moncheri­no anner­i­to.

Al gio­vane non rimase altro da fare che implo­rare il suo aguzzi­no.

Ti sup­pli­co, non lo fare! Bas­ta!’

Oh, Vos­tra Grazia, non sop­por­tate il dolore? Eppure siete così grande e grosso! Mostrate un poco di nobil­iare con­teg­no!’ L’aguzzino eruppe in una risa­ta sgua­ia­ta, poi, come se si trovasse davan­ti a un mon­tone da marchiare, pog­giò la lama sul­la carne del­la povera vit­ti­ma. La pelle sfrigolò span­den­do nell’aria un odore dol­ci­as­tro. L’urlo del gio­vane squar­ciò il silen­zio immo­bile del bosco.

La luna inor­ridì: trop­pa mal­vagità. Si liberò dal­la cop­er­ta di nuv­ole e illu­minò la sago­ma del gio­vane: un fan­toc­cio accar­toc­cia­to, con metà del viso sbrodolante.

Era un tragi­co mis­cuglio d’immane sof­feren­za.


Gealach (Luna) ∽∾☾ ∾∽

 

AMON

 

Pre­sente.

Rifu­gio Clan Dougher­ty.

Me ne sta­vo appol­la­ia­to sul davan­za­le del­la fines­tra, era­no le due del mat­ti­no, min­u­to più min­u­to meno, quel­la era la terza notte di fila che trascor­re­vo a scrutare il cielo. Aspet­ta­vo che Luna facesse capoli­no.

Sape­vo che era inutile quell’attesa, la vol­ta sopra di me, celeste rara­mente, era un’interminabile mac­chia d’inchiostro.

In fin dei con­ti, che cosa ave­vo di meglio da fare?

Asso­lu­ta­mente, des­o­lata­mente, nul­la.

Così, pro­prio come un innamora­to bramoso di scorg­ere nell’oscurità il viso del­la don­na ama­ta, aspet­ta­vo. Ave­va­mo un rap­por­to spe­ciale Luna ed io, fat­to di lunghi silen­zi, lan­gui­di sguar­di, carezze a fior di rag­gi. Da anni, le ded­i­ca­vo gran parte delle mie not­ti. Le bis­bigli­a­vo odi, vezzeg­gian­dola con appas­sion­ate frasi d’amore, sper­ti­can­do­mi in decantazioni del­la sua rara bellez­za. In cam­bio lei mi don­a­va la sua luce, l’unica capace di scal­dar­mi il pet­to. Mi delizia­va con la sua disc­re­ta pre­sen­za quan­do più forte avverti­vo il peso del­la soli­tu­dine. Mi con­sola­va, se rifug­gi­vo l’immagine di me, orrip­i­lante car­i­catu­ra di ciò che un tem­po ero sta­to.

Quel­la notte, più delle altre, non vede­vo luce, non trova­vo pace, nep­pure il pen­siero di Luna accen­de­va la sper­an­za.

Goc­ce di vita, bran­del­li di nor­male esisten­za.

Silen­zio.

Oscu­rità.

Sen­za Luna, Vendet­ta avrebbe vin­to.

Lei non era una dolce innamora­ta, ben­sì una lus­su­riosa amante.

Crudele sma­nia, feroce bra­ma.

Deside­rio, inti­mo e doloroso.

Un’ossessione.

La mia.

Deside­rio e vendet­ta, in man­can­za di tut­to, abbagliano un uomo più del faro di Mizen Head; ed io sta­vo affo­gan­do in un mare d’Irish Mist, quan­do Ronald, poche trac­ce d’intelligenza su una mon­tagna di mus­coli, spalancò la por­ta del­la Comu­nan­za, e ne guadag­nò il cen­tro. Era la copia esat­ta di Franken­stein Junior. Solo con più capel­li.

«Sai che non gradis­co essere dis­tur­ba­to quan­do sono qua. Che cosa vuoi?» Ronald e il suo pic­co­lo cervel­lo sog­ghig­narono.

«Ho un mes­sag­gio per te, capo, è impor­tante.»

«Da parte di chi?»

«Bri­an­na, capo»

«Bri­an­na? E Per­ché mai non è venu­ta di per­sona?»

«Non ha potu­to, capo» spiegò il solda­to tut­to mus­coli, «l’ho incon­tra­ta al pas­sag­gio del diavo­lo. Più sven­to­la del soli­to, capo, arma­ta fino ai den­ti, capo, e poi sta­va andan­do da Iron, capo»

«Cosa? Per­ché?» com­in­ci­a­vo a irri­tar­mi con tut­ti quei capo, inoltre aus­pi­care che Ronald ricor­dasse det­tagli più impor­tan­ti, oltre all’avvenenza di Bri­an­na, era come sper­are che impara­sse le buone maniere.

«Non lo so, capo. É rius­ci­to a sco­var­la.» ‘Raz­za di bas­tar­do!’ pen­sai con un sor­riset­to sar­don­ico. Quell’Iron Burke era più effi­ciente del­la mafia rus­sa. Per quan­to ne sape­vo, l’ultimo nascondiglio di Bri­an­na e i suoi era in culo al diavo­lo! Burke era un demo­nio lui stes­so, losco e peri­colo­sis­si­mo, i Clan gli affi­da­vano traf­fi­ci poco orto­dos­si come il reper­i­men­to di armi o, all’occorrenza, di droghe. Sta­va tra­man­do qual­cosa, oppure ave­va novità. Trovai assai stra­no che Bri­an­na si stesse muoven­do sen­za di me.

«Il mes­sag­gio?»

«L’ha scrit­to qua» Ronald tirò fuori dal­la tas­ca dei cal­zoni un fogli­et­to spie­gaz­za­to. Cer­cai di sten­der­lo con le dita, per ren­der­lo leg­gi­bile, poi gli feci seg­no di andare via ma lui restò immo­bile. Sape­vo che, pur volen­do sbir­cia­re, non sarebbe sta­to in gra­do di com­pren­dere una paro­la. Il solda­to tut­to mus­coli a sten­to scaraboc­chi­a­va il suo nome.

«Ronald?»

«Sì, capo?»

«Las­ci­a­mi solo» sem­brò delu­so, bor­bot­tan­do parole incom­pren­si­bili, uscì.

 

Caris­si­mo,

Ho una notizia. Ti prego di essere forte, non las­cia­re che la rab­bia offuschi la tua mente.

L’abbiamo trova­ta!

Iron l’ha sco­v­a­ta a Kin­sale, un pic­co­lo paesino del­la con­tea di Gal­way. Abbi­amo fru­ga­to nel­la sua vita e, non ci cred­erai mai, esiste un modo per atti­rar­la qui. Servirà un tuo aiu­to spe­ciale però, e non potrai rifi­u­tar­ti!

Amon, se l’esca cadesse nelle loro mani pri­ma che nelle nos­tre, sarebbe la fine. Per noi e per tan­tis­si­mi inno­cen­ti. Ci sarebbe un nuo­vo “inizio” e ques­ta vol­ta niente fer­merebbe la sete di potere dei Molokos.

Con tut­to il mio amore,

Bri­an­na.  

 

Il respiro si spez­zò, fremi­ti mi scossero il cor­po. Ero incred­u­lo. Sen­tii le antiche ferite riaprir­si e pul­sare di nuo­vo dolore. Il foglio planò sul pavi­men­to. Le parole che vi era­no impresse era­no per me fonte di gioia e ter­ri­bile ansia.

Un nuo­vo fardel­lo che ingob­bi­va la mia schiena.

Litir (Let­tera) ๑۞๑

 

Il mon­do è tuo se lo vuoi, bas­ta stringer­lo nel pal­mo del­la mano

 

MIREÉN

 

Pre­sente

Kin­sale, con­tea di Gal­way, Irlan­da.

Con­tin­u­a­vo a rigi­rar­mi l’elegante bus­ta tra le dita. Più la guar­da­vo più non rius­ci­vo a credere ai miei occhi. Era­no trascor­si dieci minu­ti da quan­do Jo Mhol­ligham, il vec­chio posti­no di Kin­sale, ave­va depos­to la let­tera sul pal­mo sudat­ic­cio del­la mia mano. L’uomo, lun­go e sec­co, se ne sta­va sedu­to per metà sul­la sel­la del­la sua vec­chia bici­clet­ta, men­tre con l’altra metà era chi­no su di me, e mi fis­sa­va. Somigli­a­va a un bue con la pso­ri­asi. ‘E ques­ta cos’è, ragaz­za?’ sem­bra­vano chiedere i suoi acqu­osi occhi celesti. Assai prob­a­bile si fos­se fat­to un goc­cet­to dal­la sig­no­ra Poldrige. Il suo naso a pata­ta, molto più rosso delle guance, la dice­va lun­ga cir­ca il tas­so di alcol pre­sente nel suo sangue. La sig­no­ra Poldrige, gen­tile vecchi­na, vedo­va da innu­merevoli deca­di, offri­va whisky a chi­unque le cap­i­tasse a tiro, e a qual­si­asi ora.

Muori dal­la voglia di sapere chi me la man­da, non è vero, Jo?’

Se glielo aves­si chiesto, ero cer­ta che il vec­chio impic­cione avrebbe enun­ci­a­to l’esatto numero di sol­leciti che Bob Hor­ney riceve­va ogni set­ti­mana dal­la ban­ca. Anni pri­ma, quan­do gli era mis­te­riosa­mente dato di vol­ta il cervel­lo, l’uomo ave­va acce­so un mutuo per acquistare il CRAZY PIG, una bet­to­la fatis­cente sul­la cos­ta est. Jo tene­va anche il con­to di quante multe collezionasse il figlio scav­ez­za­col­lo del sin­da­co Grady. Il ragaz­zo era rius­ci­to ad accu­mu­la­rne più di tut­ta la popo­lazione dell’intera cit­tà. Sospet­ta­vo mon­i­torasse anche gli acquisti di cos­tosa lin­ge­ria che la sig­no­ra Berkley, moglie del sacrestano, face­va per cor­rispon­den­za.

Jo era molto fiero del suo imper­ti­nente acume.

Bè, stai fres­co se cre­di che te lo dica.’

Adesso, sedu­ta a gambe incro­ci­ate, sul let­to sfat­to del­la mia cam­era, era il mio turno di fis­sare con ostil­ità quel­la bus­ta. Sape­vo che il suo con­tenu­to mi avrebbe delu­so.

 

๑۞๑

Alla sig­no­ri­na Mireén J. Doyle

Con­tea di Cork

Cit­tà di Kin­sale.

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Carat­teri celti­ci impres­si con inchiostro dora­to. Il mit­tente era scrit­to sul retro, pro­prio sot­to l’appariscente sig­illo in cer­alac­ca che ripro­duce­va lo stem­ma del casato. Un cig­no con le ali aperte e il col­lo riv­olto al cielo.

 

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Casato degli O’Brien Stone Swan Cas­tle.

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Poche indi­cazioni ma esauri­en­ti, per­ché tut­ti sape­vano dove si trovasse il Castel­lo del Cig­no di Pietra. A Fion­nell, bor­go medievale del­la con­tea di Gal­way, provin­cia del Con­nacht. E tut­ti conosce­vano gli O’Brien di Gal­way, dis­cen­den­ti da una delle famiglie più antiche, bla­sonate e ric­che d’Irlanda, che nel Medio Evo ave­vano gov­er­na­to la cit­tà.

Gilroy O’Brien ne era sta­to il capos­tip­ite.

Sedu­ta sul bor­do del let­to, non ave­vo il cor­ag­gio di affrontare il verdet­to.

«Vuoi decider­ti ad aprir­la?» Odette Marie Oisìn, mia madre, era più ner­vosa di me. I suoi gran­di occhi azzur­ro cielo mi scru­ta­vano con ostil­ità, e le lab­bra carnose era­no incres­pate da una smor­fia di dis­ap­pun­to. Con uno scap­pel­lot­to mi ridestò, così striz­zai le palpe­bre e incas­sai la tes­ta nelle spalle.

«Ti ren­di con­to che ques­ta bus­ta deciderà l’andamento del mio umore per i prossi­mi mesi?»

«Apri­la» ordinò spi­eta­ta.

«Non ne ho il cor­ag­gio» la mia voce era tal­mente bas­sa che sten­tai a udir­mi io stes­sa. Mia madre, esasper­a­ta, roteò gli occhi.

«Trova­lo!» Erava­mo molto sim­ili fisi­ca­mente: capel­li ful­vi, lunghi e ondu­lati, una spruz­za­ta di lentig­gi­ni sul­la pun­ta del naso, gran­di occhi azzur­ri. Fisi­co sot­tile, gambe affu­so­late e pie­di lunghi, che odi­ava­mo entrambe. In quan­to a carat­tere, però, erava­mo molto diverse. Seria io, esuber­ante lei. Pigra io, sem­pre su di giri lei. In sostan­za, vec­chia io, gio­vane e piena di vita lei. E fin qui, con pro­fon­do sdeg­no del­la non­na, pote­va anche star­ci. Tut­tavia, la situ­azione diveni­va gravosa quan­do era oppor­tuno agire, but­tar­si nel­la mis­chia, rischiare. Odette era caparbia, cor­ag­giosa, non si arren­de­va mai, nep­pure davan­ti all’evidente scon­fit­ta. Era una sor­ta di Brave Heart al fem­minile. Io ero sem­pre sta­ta il suo oppos­to, e in quel momen­to non ero da meno.

«Mira» sibilò, con un tono che mi ave­va sem­pre fat­to tremare le ginoc­chia. «Non dire scioc­chezze e apri quel­la bus­ta!» Ave­vo tan­to sper­a­to che quel­la sor­ta di mira­co­lo si com­p­isse, che quel­la let­tera arrivasse. E il fat­to che mi avessero deg­na­to di una rispos­ta era di per sé un mira­co­lo.

 

I can­di­dati con spe­cial­iz­zazione in ‘arte irlan­dese e/o miti celti­ci’ godran­no di un pun­teg­gio mag­giore rispet­to agli altri.”

 

Col sen­no di poi, mi ero rim­prover­a­ta per essere sta­ta tan­to impul­si­va, nonos­tante aves­si pro­prio con­se­gui­to una sudatis­si­ma lau­rea in Arte e Architet­tura Irlan­dese, con un’accurata spe­cial­iz­zazione in Stu­dio dei Miti Celti­ci. Per acquisire quel dot­tora­to ave­vo attra­ver­sato il paese in lun­go e in largo. Da Der­ry, nel pro­fon­do Nord, a Trim nel­la con­tea di Meath, fino al pic­co­lo vil­lag­gio di Cong, dove si erge il bel­lis­si­mo maniero di Ash­ford. Set­ti­mane in soli­taria, ospi­ta­ta dal­la bra­va gente dei borghi, o allog­gia­ta in pic­col­is­sime pen­sioni delle cit­tà più vicine. I miei gen­i­tori si era­no sve­nati per far­mi fre­quentare il pres­ti­gioso Trin­i­ty Col­lege di Dubli­no, e man­ten­er­mi nei miei fol­li viag­gi alla ricer­ca di min­uziose fav­ille celtiche. Lavo­rare allo Stone Swan Cas­tle era sta­to il sog­no di ogni lau­re­an­do del mio cor­so, e quel pos­to da gui­da sarebbe sta­to un otti­mo modo per dire gra­zie alla mia famiglia.

«Non sono emo­ti­va­mente pronta, lo capis­ci?» Mia madre aggrot­tò le soprac­ciglia, gli occhi sot­tili qua­si quan­to le lab­bra. «Mon Dieu!»

«Oh, smet­ti con questo stu­pido francese!» Si lamen­tò, ma quel­lo non era stu­pido francese. Spes­so dimen­ti­ca­va che nelle nos­tre vene scor­re­va glo­rioso sangue nor­man­no, che il suo nome era Odette e che a me ave­vano affib­bi­a­to Jus­tine di sec­on­do.

«Fal­lo!» ordinò, con un fas­tidioso indice pun­ta­to nel­la mia direzione. «Oppure preferisci che sia Non­na a far­lo per te? Con tutte le con­seguen­ze che ne derivereb­bero.» Affilò lo sguar­do come fa un gat­to quan­do riesce a met­tere in un ango­lo un topoli­no.

Non­na, il cui nome era Jorelle, in famiglia era con­sid­er­a­ta una specie di ser­gente mag­giore. I mezzi che adot­ta­va per per­suadere la gente era­no, come dire… molto effi­caci. Quan­do attac­ca­va a par­lare era impos­si­bile che la smettesse, fino a quan­do pun­to 1) non ottene­va quel­lo che vol­e­va, pun­to 2) non ti causa­va un gran mal di tes­ta, pun­to 3) non le dice­vi che ave­va asso­lu­ta­mente ragione.

«Madre sub­dola» bor­bot­tati fra i den­ti. Sape­va come essere per­sua­si­va, anche ques­ta era una sua pre­rog­a­ti­va. Io ave­vo pre­so tut­to dal mio povero papà.

«Allo­ra?»

«Allo­ra, mon Dieu!»

Stret­ta all’angolo, insieme al topoli­no, aprii la bus­ta.

 

Gen­tile sig­no­ri­na Doyle

Facen­do segui­to alla Sua richi­es­ta, siamo lieti di comu­ni­car­le che la sua can­di­datu­ra è sta­ta accol­ta, e che potrà pren­dere servizio la pri­ma set­ti­mana di giug­no. Tro­verà le istruzioni per il suo arri­vo al castel­lo sul retro del­la mis­si­va.

Cor­dial­mente,

Sig­no­ri­na Esmer­al­da O’Toole, gov­er­nante.

 

Lessi e rilessi la let­tera ad alta voce, e quan­do final­mente mi decisi ad alzare lo sguar­do trovai mia madre in lacrime.

«Se il tuo povero papà fos­se qui» miagolò con una vocetta trem­u­la. Tirò su col naso e si asci­ugò gli occhi con la man­i­ca del­la fel­pa. Sem­bra­va davvero un gat­ti­no.

«Fai la don­na forte, e poi…» l’afferrai per la man­i­ca umidic­cia e la stri­to­lai in un abbrac­cio. Anche a me sarebbe piaci­u­to far­mi un bel pianto in ricor­do del mio papà, ma Keiran Doyle, che era sta­to un gran mari­naio e for­mi­da­bile erede di quat­tro gen­er­azioni di pesca­tori, nonché il mio eroe, non avrebbe gra­di­to altre lacrime da don­nic­ci­ole.

«Se il mio povero papà fos­se qui» rib­at­tei, abboz­zan­do un sor­riso dol­cea­maro, «avrebbe bron­to­la­to qual­cosa del tipo ‘e dim­mi sig­no­ri­na, quan­to hai inten­zione di stare via ques­ta vol­ta?’» Cer­cai di imitare la sua voce bas­sa e cav­er­nosa, per quan­to la ricor­das­si, ma chiara­mente non ci riuscii. La voce di mio padre era uni­ca. Mia madre dice­va sem­pre che sape­va incantare le sirene, sebbene la leggen­da di Ulisse nar­rasse il con­trario. A me piace­va pen­sare che gli fos­se accadu­to pro­prio questo, e cioè che una sire­na ammali­a­ta dal­la sua voce, l’avesse volu­to con sé, e se lo fos­se pre­so.

Tre anni orsono, alle prime luci dell’alba, era usci­to in mare insieme al suo migliore ami­co, Cahil Jame­son. Era­no andati a pesca di coal­fish. Un tem­po­rale si era trasfor­ma­to nel­la tem­pes­ta per­fet­ta e li ave­va colti impreparati al largo di West­port. Non era­no più tor­nati. Il mare, che tan­to ama­vano, li ave­va inghiot­ti­ti. Le ricerche era­no andate avan­ti per giorni. Mia madre non si era arresa, nep­pure quan­do i resti dell’ODESSA, la loro bar­ca, era­no sta­ti ritrovati in mille pezzi. Non c’era giorno in cui non sper­a­va che lui si lib­erasse dalle grin­fie del­la sire­na e tor­nasse da lei.

«Bas­ta lacrime! Piut­tosto aiu­ta­mi a decidere cosa met­tere in vali­gia, e ti prego, ti prego, aiu­ta­mi a trovare le parole giuste per dir­lo a Winey!» Mia madre si ricom­pose in fret­ta e furia, spaz­zan­dosi via le lacrime con la pun­ta delle dita.

«Mira, sai che ques­ta vol­ta non esistono parole adat­te per dir­lo a Winey.» Arric­ciai le dita dei pie­di strette nelle Con­verse. Ave­va ragione.

Winifred Dunn, “Winey” se non vole­vi bec­ca­r­ti un pug­no sul naso, era sta­ta la mia migliore ami­ca fin dall’asilo. Con lei ave­vo divi­so tut­to, tranne gli stu­di e i ragazzi. Durante la mia assen­za da Kin­sale, per l’università pri­ma e la spe­cial­iz­zazione dopo, si era fidan­za­ta quat­tro volte e tutte le volte era sta­ta crudel­mente las­ci­a­ta. Ed io non ero sta­ta lì a con­so­lar­la. L’affronto non mi era sta­to per­do­na­to, e la nuo­va parten­za avrebbe reso più spin­oso il ginepraio in cui mi ero fic­ca­ta.

«Vieni con me dai Dunn, dopo cena?» Chiesi a mia madre, sbat­ten­do oppor­tu­na­mente le ciglia e sporgen­do il lab­bro in un magis­trale cuc­chi­aino. Di soli­to, per le richi­este ordi­nar­ie, bas­ta­va uno solo degli strat­a­gem­mi sopra elen­cati, ma per un caso osti­co come quel­lo riten­ni oppor­tuno imp­ie­gare tutte le risorse a mia dis­po­sizione.

«Non se ne par­la!»

«Ma mam­ma…»

«No!» Le veni­va un feroce mal di tes­ta solo al pen­siero d’incontrare Cather­ine Dunn, madre di Winey. La don­na era affet­ta da una leg­geris­si­ma for­ma di logor­rea. Non­na Jorelle, in con­fron­to, pote­va definir­si una per­sona tac­i­tur­na. «L’ultima vol­ta, ho dovu­to pren­dere tre pas­tic­che per far­mi pas­sare l’emicrania.» Indig­na­ta, mi schi­af­fò tre dita sot­to il naso.

«Tipregotipregotiprego!» Sbuf­fò, sollevò lo sguar­do al sof­fit­to e tacque. ‘Non ver­rà’ pen­sai, quan­do assunse un’aria afflit­ta.

«É bene che tu sap­pia che per questo sarai in deb­ito con me, per il resto del­la vita!»

«Okay» tirai un sospiro di sol­lie­vo, sebbene mi sen­tis­si come se aves­si appe­na stip­u­la­to un pat­to col diavo­lo.

«E pri­ma di uscire, con­trol­la se in casa c’è dell’Aspirina!»

«Sì, mam­mi­na.»

 

๑♖۞♖๑

Winey mi odiò pro­fon­da­mente.

Non lo disse, ma i suoi occhi da leones­sa feri­ta par­larono per lei. Si fic­cò una mano fra i ric­ci, tut­ti capric­ci, e ten­tò di dar loro un gar­bo. Inutile. Era­no osti­nati quan­to la tes­ta che li ospi­ta­va.

«Vai, se pro­prio devi» emise un sospiro stizzi­to, come se stesse per pian­gere. «Dopo­tut­to la vita è tua. Sei tor­na­ta da pochissi­mo, ma, va bene» e mandò giù il nodo lac­rimoso. Lan­ciò un’occhiata fuggev­ole alle nos­tre madri, sedute sul sofà del­la cuci­na, poi tornò a puntare i suoi gran­di occhi ostili, e luci­di, su di me. In quel momen­to com­patii mia madre, una ruga le tagli­a­va in due la fronte, men­tre la sig­no­ra Dunn la rim­be­cil­li­va con decine di parole com­pi­en­do ampi gesti delle mani, atti a dare enfasi ai suoi inter­minabili spro­lo­qui. «Però, Tes­ta Rossa, non sor­pren­der­ti se vor­rò Mil­dred Croomb come damigel­la d’onore.» Sgranai gli occhi men­tre i suoi diven­nero sot­tili, la par­ven­za di pianto repres­so spari­ta. Il bis­cot­to all’aneto che tene­vo in mano, finì sbri­ci­o­la­to sul tap­peto buono del salot­to di casa Dunn.

Che affron­to.

La mia ami­ca si era fidan­za­ta per la quin­ta vol­ta. Lo ave­va comu­ni­ca­to, con la dis­crezione che la carat­ter­iz­za­va, non appe­na la mam­ma ed io ave­va­mo var­ca­to la soglia di casa sua. A mia vol­ta, le ave­vo gioiosa­mente rifer­i­to che sta­vo per par­tire, e la delu­sione per il mio reit­er­a­to abban­dono, le ave­va sug­ger­i­to di non riv­e­lar­mi il nome del suo nuo­vo innamora­to. Era sta­to un dis­pet­to bel­lo e buono.

Mil­dred Croomb!

Un paio d’ore dopo, sul vialet­to dei Dunn, la mam­ma si regge­va la tes­ta con entrambe le mani, men­tre io cer­ca­vo di non ince­spi­care nel­la coda che ave­vo fra le gambe. Era anda­ta esat­ta­mente come ave­vo immag­i­na­to. Di mer­da.

«Oh Sig­nore! Mi sen­to come se mi avesse investi­to il fur­gon­ci­no del lat­te!»

«Quel­lo di Austin?» chiesi provan­do la stes­sa sen­sazione. Il fur­gon­ci­no di Austin era grande quan­to un Car­a­van e ave­va ruote rin­forzate.

«No, Mira, quel­lo di Mil­ton»

«Quel­lo è un camion!»

«Appun­to.» Con aria mes­ta, pre­si mia madre sot­to brac­cio, e ci incam­mi­nam­mo ver­so casa, lei con la soli­ta emi­cra­nia, io con il ter­ri­bile sospet­to di aver per­so la mia migliore ami­ca. Ques­ta vol­ta per sem­pre. Ero pronta alla sua collera, e ai suoi piag­nis­tei, Winey era una delle per­sone più irose, burbere e piagnone che conosces­si. Tut­tavia, non ero prepara­ta all’oltraggio che ave­va piani­fi­ca­to per punir­mi.


Beannacht (Addio) ۞´¯‘·.¸¸.°¤

 

MIREÉN

 

Jorelle McLean era nata in Sco­zia, e anche lei appartene­va a una famiglia di pesca­tori. Quin­ta figlia di un vec­chio lupo di mare, abita­va in un pic­co­lo bor­go sul­la cos­ta ori­en­tale dell’isola. A sedi­ci anni, durante la fiera itti­ca di Edim­bur­go, ave­va conosci­u­to il non­no, Kier­an Doyle senior, e se ne era per­du­ta­mente innamora­ta. Un mese dopo, i due era­no sposati e ave­vano con­cepi­to mio padre. Del­la sua ter­ra natia, Jorelle ave­va con­ser­va­to, oltre che la smo­da­ta pas­sione per i Glas­gow Rangers, anche quel­la per le pietanze tipiche. Fin da pic­co­la mi ave­va rimp­in­za­to di Scones, Uggins e Dundee Cake. For­tu­nata­mente, non propinan­domeli tut­ti nel medes­i­mo pas­to. Il mio cor­po, a quell’epoca in con­tin­ua mutazione, avrebbe potu­to pagare uno scot­to esor­bi­tante a causa dell’uvetta sul­tan­i­na.

I giorni prece­den­ti la mia parten­za trascorsero lenti. La mia ecc­i­tazione ado­lescen­ziale non fece girare più in fret­ta le lancette dell’orologio, spe­cial­mente durante le sere trascorse con Non­na. Con la scusa di preparar­mi i miei piat­ti prefer­i­ti, il ser­gente mag­giore mi obbligò a cenare con lei tre sere a set­ti­mana. In realtà vol­e­va far­mi la soli­ta ramanz­i­na pre parten­za. Strana­mente, teme­va che, pri­ma o poi, sarei tor­na­ta a casa inc­in­ta. Non ave­vo mai trova­to il cor­ag­gio di dirle che a ven­ti­quat­tro anni ero anco­ra vergine. Non solo; non ave­vo mai vis­to un uomo nudo. Tranne Jim­my Law­son. Tut­tavia non cre­de­vo con­tasse, poiché ave­va anco­ra den­ti da lat­te, bag­na­va il let­to, con grande dis­per­azione di sua madre, e ave­va il brut­to vizio di fare le puzzette in pub­bli­co. Non era maturo per i suoi otto anni.

La mat­ti­na del­la parten­za, mia mam­ma mi accom­pa­g­nò alla stazione insieme alla non­na e, chissà come, ques­ta riuscì a far scivolare alcune ban­conote (da cen­to!) nel­la tas­ca del­la mia giac­ca a ven­to. Winey era rimas­ta a casa. Si era chiusa in un silen­zio furioso. Sua madre ave­va rifer­i­to alla mia, che il nuo­vo fidan­za­to del­la figlia era, niente­d­i­meno ché, il figlio scav­ez­za­col­lo del sin­da­co Grady. C’era sper­an­za che la mia ami­ca pren­desse mar­i­to pri­ma dei ven­ticinque anni, e che il gio­vane Grady smettesse di collezionare multe salatis­sime. E dunque che Mil­dred Croomb tenesse il bou­quet del­la sposa al pos­to mio!

Ave­vo las­ci­a­to la mia casa avvol­ta da una strana mal­in­co­nia, ave­vo chiu­so la por­ta del­la mia stan­za come se non doves­si più riaprir­la. Un briv­i­do mi era ser­peg­gia­to lun­go la schiena, mes­sag­gero di sin­istri pre­sa­gi. Durante il tragit­to in auto, ave­vo guarda­to fuori dal finestri­no cer­can­do di mem­o­riz­zare ogni par­ti­co­lare: abitazioni, alberi, per­sone. Come se quelle immag­i­ni, quel­la gente, quei posti, fos­sero des­ti­nati a rimanere ricor­di del tem­po che fu.

Il vec­chio treno las­ciò la pic­co­la stazione di Kin­sale pigra­mente, come un lento e chi­as­soso ser­pen­tone d’acciaio. La mia mente sem­brò stac­car­si dal­la cit­tà natia allo stes­so modo: a pas­so ral­len­ta­to. Ciuf dopo ciuf, men­tre nel­la tes­ta infu­ri­a­va una ecc­i­ta­ta con­fu­sione, il cuore non avrebbe volu­to las­cia­re la ras­si­cu­rante vita di cam­pagna.

 

๑♖۞♖๑

Qualche ora dopo, alla stazione di Fion­nell.

 

McCul­lum la vide. Lunghi capel­li rossi, occhi azzur­ri, un viso d’angelo, un cor­po di don­na anco­ra acer­bo. Per un atti­mo cre­dette di sognare. “Mi sono rim­bam­bito, a forza di stare con questi cred­u­loni”. Poi la osservò meglio men­tre, con grande fat­i­ca, trasci­na­va un’enorme vali­gia di plas­ti­ca vio­la. Per un sof­fio evitò di inci­ampare nei suoi stes­si pie­di. Con un sor­riso che si perse tra i solchi ruvi­di delle guance, l’uomo ammise che sì, la gio­vane era la copia esat­ta del­la sua ava. Sog­ghignò, e se avesse avu­to anco­ra i capel­li in tes­ta, se li sarebbe strap­pati per la con­tentez­za.

Sta­va per diventare enorme­mente ric­co.

 

๑♖۞♖๑

Il viag­gio fino al castel­lo, al con­trario dell’attesa per la parten­za, fu bre­vis­si­mo. Esmer­al­da O’Toole ave­va manda­to un’auto a pren­der­mi e questo gesto mi rese tut­ta sor­risi e gri­doli­ni entu­si­asti. L’autista, un uomo di mez­za età, in livrea col­or por­po­ra, mi salutò toglien­dosi il cap­pel­lo.

«Sono Neal, sig­no­ri­na, ben­venu­ta nel­la ter­ra degli O’Brien» accen­nan­do un inchi­no, aprì la portiera dell’auto. Mi chiesi se ris­er­vassero questo trat­ta­men­to a tut­ti i dipen­den­ti.

«Gra­zie» bal­bet­tai, impac­cia­ta fino all’idiozia ricam­bi­ai l’inchino. Neal se la rise sot­to i baf­fi men­tre io seg­nai sul tabelli­no la pri­ma fig­u­rac­cia.

Almeno ave­va­mo rot­to il ghi­ac­cio.

«La sig­no­ri­na Esmer­al­da la sta aspet­tan­do, è molto ecc­i­ta­ta per il suo arri­vo, sa?»

«Davvero?» avverti­vo un leg­gero ronzio alle orec­chie, prob­a­bil­mente a causa dell’imbarazzo. «E come mai?»

«Bè, la sig­no­ri­na non ha mol­ta com­pag­nia al castel­lo» rispose l’uomo strin­gen­dosi nelle spalle. «Spes­so è sola per interi giorni. Lei sarà una grade­v­ole com­pag­nia.»

«Pen­sa­vo che al castel­lo ci fos­se sem­pre un gran movi­men­to» con le mani feci aria alle orec­chie bol­len­ti. La mia avven­tu­ra nel­la ter­ra degli O’Brien era inizia­ta alla grande!

«Movi­men­to?»

«Con le orde di tur­isti, i sem­i­nari per stu­den­ti, gli even­ti ris­er­vati agli ulti­mi nobili sparpagliati nelle con­tee vicine, non ci si annoia mai, no?» Neal mi sor­rise attra­ver­so lo spec­chi­et­to retro­vi­sore.

«I tur­isti si trat­ten­gono al castel­lo lo stret­to nec­es­sario, sig­no­ri­na Doyle. E comunque la sig­no­ri­na O’Toole non ha alcun con­tat­to con stu­den­ti o nobili sparpagliati nelle con­tee vicine.» Il ronzio alle orec­chie las­ciò il pos­to a un inten­so calore: le fiamme del­la ver­gogna.

«La prego, mi chi­a­mi pure Mira» svi­ai, speran­do che non mi sbir­ci­asse di nuo­vo dal­lo spec­chi­et­to.

«Mira» ripeté l’uomo con entu­si­as­mo.

La sec­on­da fig­u­rac­cia era anda­ta.

«E il per­son­ale? Non è numeroso? Il castel­lo è molto grande» affer­mai, ques­ta vol­ta con cog­nizione di causa.

«Tan­to tem­po fa, erava­mo molti di più» spiegò Neal, «adesso siamo solo in tre, fis­si. La pulizia e la manuten­zione sono affi­date a una dit­ta ester­na. Una vol­ta c’era molto da fare quan­do tut­ti i figli del sign­or Angus vive­vano al maniero» sospirò come se stesse ricor­dan­do qual­cosa di mal­in­con­i­co. «Spes­so i loro ami­ci di cit­tà veni­vano a trovar­li, si orga­niz­za­vano feste e cac­cie alla volpe, e la dimo­ra era sem­pre piena di gente e alle­gria, poi…» si fer­mò, cupo in viso.

«Poi?» chiesi incu­riosi­ta. Attra­ver­so lo spec­chi­et­to, il viso dell’uomo apparve coster­na­to.

«Nul­la, sig­no­ri­na Doyle, Mira. Mi scusi, non avrei dovu­to.» A quel pun­to la curiosità mi divo­ra­va.

«Non impor­ta Neal.» L’autista si cal­cò la visiera sug­li occhi e si con­cen­trò sul­la gui­da. Per il resto del viag­gio non mi riv­olse la paro­la.

Esmer­al­da O’Toole mi aspet­ta­va nel­la corte inter­na, avvol­ta in una pesante man­tel­la di lana. Nonos­tante fos­se pri­mav­era inoltra­ta, face­va anco­ra fred­do. A rischiarare la fit­ta oscu­rità, c’era solo la fio­ca luce di una lam­pa­da a olio appe­sa a una per­go­la.

«Ben­venu­ta mia cara!» La voce del­la don­na era gioviale, e quan­do strinse le mie mani gelate nelle sue, calde e ospi­tali, tut­ta la ten­sione accu­mu­la­ta durante il viag­gio, sparì.

«Gra­zie sig­no­ri­na O’Toole»

«Chia­ma­mi pure Esme» sor­rise e al chiarore del­la lam­pa­da pen­sai fos­se la don­na più bel­la che aves­si mai vis­to in vita mia. Il suo ovale era can­di­do e lis­cio, e pur sforzan­do­mi non riuscii a dar­le un’età. ‘Tra i quar­an­ta e i cinquan­ta’ mi dis­si, esclusi i trenta per non rasentare l’esagerazione. «Sig­no­ri­na O’Toole, mi chia­ma solo il sign­or Angus, e lui lo fa per dis­pet­to» rise anco­ra e potei giu­rare di ved­er­la arrossire. Mi sen­tii un po’ meno gof­fa.

«Va bene, Esme»

«Sarai stan­ca…»

«Mireén» la antic­i­pai, nel caso non ricor­dasse il mio nome, «ma tut­ti mi chia­mano Mira».

«Mira» ripeté «è un bel­lis­si­mo diminu­ti­vo». A me era sem­pre sem­bra­to piat­to e insignif­i­cante. Esme era notevol­mente più chic.

«Mia cara, pen­so che tu non abbia cena­to»

«No, in effet­ti» sperai che il bron­to­lio che giunge­va dal mio stom­a­co non arrivasse alle sue orec­chie. I mor­si del­la fame non mi davano tregua. Per la ten­sione ave­vo salta­to la colazione, e in treno ave­vo sgra­noc­chi­a­to solo qualche crack­er.

«Segui­mi, ho fat­to met­tere in cal­do qual­cosa per te da Aud­ri­na, la nos­tra cuo­ca» speci­ficò, dan­do­mi le spalle. «La conoscerai domani. Si lamen­ta dal­la mat­ti­na alla sera, ma cuci­na div­ina­mente!» Annuii con entu­si­as­mo, anche se sape­vo che non mi avrebbe vista. Mi sen­ti­vo in soggezione e cam­mi­na­vo, res­pi­ra­vo e parla­vo solo per inerzia. «Dopo cena ti mostr­erò la tua stan­za, ti ho sis­tem­a­ta nel­la torre est. Ti piac­erà, vedrai. É un po’ iso­la­ta, ma c’è una vista stu­pen­da. Quan­do non ci sono nuv­ole di mez­zo, l’alba da lassù è uno spet­ta­co­lo mer­av­iglioso!» Si voltò ridac­chi­an­do. Min­u­ta, appari­va un fus­cel­lo nonos­tante fos­se avvilup­pa­ta in un ingom­brante quan­ti­ta­ti­vo di lana Suf­folk. Il viso sen­za età era incor­ni­ci­a­to da boc­coli sapi­en­te­mente sis­temati ai lati delle orec­chie. La parag­o­nai a una madon­na di un quadro di Bot­ti­cel­li.

«Gra­zie infi­nite, sig­no­ri­na O’Too… Esme, lei è davvero molto gen­tile»

«Sono felice che tu sia qui, Mira. Sono cer­ta che diven­ter­e­mo gran­di amiche!»

La cuci­na era immen­sa.

I piani di lavoro, posti al cen­tro del­la grande stan­za, era­no tre, tut­ti rig­orosa­mente in mas­s­ic­cio leg­no di quer­cia, mag­nifi­ca­mente grat­tati e rov­inati dall’uso inten­si­vo. Chissà quante galline e quante oche ave­vano per­so la tes­ta su quei ban­cali. E quan­ti conigli, fagiani o cap­poni era­no sta­ti farci­ti, legati e glas­sati dal­la bravis­si­ma Aud­ri­na. Pen­sai cuci­nasse alla vec­chia maniera, e il fat­to che dan­do una rap­i­da occhi­a­ta in giro notai che di mod­er­no non c’era in con­cre­to nul­la, avval­orò la mia ipote­si. Le pareti, un tem­po bianche e ora scrostate per l’umidità, s’intravedevano appe­na, affol­late com’erano di cre­den­ze zeppe di stoviglie. I rip­i­ani e le men­sole ospi­ta­vano decine di barat­toli di vetro, con etichette scritte in bel­la grafia. Con­serve di ortag­gi, marmel­late di ogni tipo, mostarde, zuc­cheri e diver­si tipi di farine era­no rag­grup­pati per data di con­ser­vazione o acquis­to.

Il mio sguar­do fu cat­tura­to da un banchet­to ingom­bro di vaset­ti con piantine odor­ose. A vista ne riconob­bi alcune: salvia, timo, ros­mari­no, basil­i­co rosso. Mi chiesi come facesse quest’ultimo a crescere in un pos­to così poco adat­to alle sue neces­sità. Dopo ques­ta elu­cubrazione, l’occhio cadde sul­la vec­chia stu­fa a leg­na anco­ra acce­sa. Mia non­na ne ave­va una sim­i­le, dove sol­e­va cucinare l’Uggins. Ques­ta era due o tre volte più grande e sopra vi sob­bol­li­va una pen­to­la di coc­cio. Sta­bilii che den­tro ci fos­se la mia cena.

Che fos­sero fagi­oli?

Scar­tai ques­ta ipote­si, in pri­ma istan­za per­ché odi­a­vo i fagi­oli, in sec­on­da per­ché con­sid­erai fos­se cibo molto poco da O’Brien.

«Vieni Mira, acco­mo­dati qui» seguii Esmer­al­da oltre i ban­cali, dove c’era un tavo­lo addos­sato al muro, sot­to l’enorme fines­tra a vetri che affac­cia­va diret­ta­mente sul pic­co­lo gia­rdi­no. Da lì, attra­ver­so un viale las­tri­ca­to, cin­to da siepi di stra­maledet­to Carpino, si accede­va alla rimes­sa delle auto.

«Che buon odore» cinguet­tai ecc­i­ta­ta. La don­na ave­va scop­er­chi­a­to la pen­to­la per rimestare il con­tenu­to. Non pote­vano essere fagi­oli, il pro­fu­mo era trop­po buono.

«É la famiger­a­ta zup­pa del boscaio­lo di Aud­ri­na» annun­ciò con enfasi la gov­er­nante. Il mio stom­a­co esalò l’ultimo bron­to­lio. «Ver­dure, patate e carne di man­zo, con aggiun­ta di un ingre­di­ente seg­re­to. Spero ti piac­cia.» A quel pun­to era tale la debolez­za che mi sareb­bero andati bene anche i fagi­oli. «In realtà, so che ti piac­erà» decretò la don­na. «Come ho det­to la nos­tra cuo­ca è molto bra­va.» Mi acco­modai men­tre lei pren­de­va la pen­to­la dal­la stu­fa e la ada­gia­va su una pias­trel­la. Quan­do scop­er­chiò di nuo­vo il recip­i­ente di coc­cio, ques­ta vol­ta per servir­mi, pen­sai che sarei svenu­ta. Il pro­fu­mo si spanse nell’aria, facen­do­mi salire l’acquolina in boc­ca. Guardai con ingordi­gia il mesto­lo vuo­to affon­dare nel­la pen­to­la e riemerg­ere cari­co di zup­pa fumante.

«Sal­vo che…» Esmer­al­da aggrot­tò le soprac­ciglia, e si fer­mò col mesto­lo a mezz’aria. ‘No!’ «Tu non sia veg­e­tar­i­ana o veg­ana. O qualche altra diav­o­le­ria sim­i­le. Il ter­zo gen­i­to del sign­or O’Brien, Ian, per un peri­o­do è sta­to veg­ano. Aud­ri­na è impazz­i­ta a star­gli dietro con ger­mogli di piante e strav­a­ganze sim­ili. I ragazzi, oggi giorno, han­no strane opin­ioni su come nutrir­si.» La ascoltai dis­trat­ta da una sola idea in tes­ta: spaz­zo­lare tut­to non appe­na si fos­se volta­ta, o evap­o­ra­ta insieme agli efflu­vi del­la zup­pa.

«Non si pre­oc­cu­pi, sono car­nivo­ra» Esmer­al­da riem­pì la cioto­la fino all’orlo, poi esaudì il mio deside­rio.

«Vado di là» annun­ciò e ripose il mesto­lo den­tro la pen­to­la. «Neal attende istruzioni per domat­ti­na. Servi­ti pure, mia cara» con un gesto del­la mano, mostrò la quan­tità di cibo di cui la tavola era imban­di­ta: bur­ro, pane, for­mag­gio, frut­ta. A me inter­es­sa­va soltan­to la pen­to­la con la zup­pa.

Eala (Cig­no) ƸӜƷ

 

Pri­ma del­la ver­ità c’è sem­pre una bugia.

 

MIREÉN

 

«Esme?» In pie­di, accan­to al camino, Esmer­al­da sob­balzò. Indos­sa­va un ele­gante tailleur bor­dò di vel­lu­to a coste, che face­va impal­lidire il mio, di uno sbia­di­to col­or cipria. Ave­vo imp­ie­ga­to mezz’ora a decidere cosa indos­sare, e il risul­ta­to era sta­to comunque delu­dente. Appun­tai men­tal­mente che col pri­mo stipen­dio sarei anda­ta in cit­tà a fare un po’ di shop­ping, anche se, ripen­san­do­ci, ave­vo da parte il pic­co­lo tesoret­to allun­gato­mi dal­la non­na in stazione.

Mag­a­ri al pri­mo giorno di lib­ertà’ decisi. Avrei avu­to un giorno di lib­ertà? ‘Chiedere alla pri­ma occa­sione’ anche questo lo appun­tai nel­la mia tes­ta.

Truc­ca­ta e pet­ti­na­ta alla per­fezione, la gov­er­nante sem­bra­va una diva del cin­e­ma amer­i­cano degli anni trenta. In quell’istante ricor­dai il nome su cui ave­vo rimug­i­na­to pri­ma di addor­men­tar­mi. Gre­ta Gar­bo. “La div­ina” ave­va trat­ti mag­nifi­ci, innate raf­fi­natez­za ed ele­gan­za, pro­prio come la sig­no­ri­na O’Toole. Anche se, per ques­tioni ana­gra­fiche, era vero il con­trario. La stan­za adibi­ta alla colazione era adi­a­cente al grande salone prin­ci­pale, cioè a quel­lo maestoso e con i sof­fit­ti altissi­mi, men­tre quel­la in cui mi trova­vo era di medie dimen­sioni, e la con­statazione mi stupì non poco poiché, la planime­tria, stu­di­a­ta durante il cor­so di lau­rea, indi­ca­va che quel luo­go sarebbe dovu­to essere grande almeno due volte di più. Le pareti era­no qua­si per intero cop­erte da arazzi in vivaci col­ori, evo­can­ti scene cru­ente di battaglia.

Cosa ne ave­vano fat­to del resto?

Non c’erano altre porte all’interno, la stan­za era tut­ta lì.

Esmer­al­da sorseg­gia­va ser­afi­ca­mente il suo tè.

«Buon­giorno, mia cara. Hai dor­mi­to bene?»

«Bene, gra­zie.» Era una bugia. Mi avvic­i­nai al pic­co­lo tavo­lo del buf­fet e pre­si a riem­pir­mi il piat­to di uova, bacon e pud­ding. Arraf­fai l’elegante teiera e mi ver­sai il liq­ui­do bol­lente in una taz­za da lat­te. Lo bevvi sedu­ta stante, nero e sen­za zuc­chero, poi occu­pai pos­to al pic­co­lo tavo­lo, sis­tem­ato trop­po lon­tano dal camino.

Ave­vo fred­dis­si­mo.

«Oggi è più fres­co di ieri» si lamen­tò la don­na, sebbene fres­co fos­se un eufemis­mo. ‘Mi rimp­inz­erò come un tacchi­no’ dis­si a me stes­sa, non trovan­do altra soluzione all’annoso prob­le­ma.

«La pri­mav­era ci ha sfio­ra­to soltan­to quest’anno, chissà se arriverà almeno un po’ d’estate.» Dubitai forte­mente, ma repli­cai con un lacon­i­co «Mm».

La mia stan­za era quel­la da cui si gode­va la migliore vista dell’alba, ammes­so che la neb­bia perenne che avvol­ge­va le tor­rette, qualche vol­ta, si diradasse con­sen­ten­do di ved­er­la. Di sicuro era anche la più gel­i­da del castel­lo. Il fuo­co, durante la notte, si era spen­to ed io mi ero sveg­li­a­ta bat­ten­do i den­ti. E poi quel fas­tidioso, molesto ven­to…

Avrei dovu­to dir­lo, far pre­sente che nelle not­ti a venire rischi­a­vo di morire con­ge­la­ta o d’infarto. E se questo non fos­se accadu­to, non vole­vo nep­pure bus­car­mi una pol­monite la pri­ma set­ti­mana del mio fan­tastiglioso nuo­vo lavoro. Tut­tavia, non mi parve appro­pri­a­to lamen­tar­mi dell’ospitalità gra­tui­ta, il pri­mo giorno.

Ter­zo appun­to, alla pri­ma occa­sione, mag­a­ri fra due tre giorni… se soprav­vivrò’.

La mia agen­da men­tale sta­va riem­pi­en­dosi di appun­ti, e ricor­dar­li tut­ti sarebbe sta­ta un’impresa titan­i­ca, come resistere alle intem­perie del Con­nacht.

Adden­tai un toast e ingur­gi­tai una gen­erosa quan­tità di uova.

«Il sign­or Angus vuole conoscer­ti» annun­ciò Esmer­al­da, come se stesse par­lan­do anco­ra del tem­po. Mandai giù il boc­cone, ma questo scelse di rag­giun­gere lo stom­a­co per una via tra­ver­sa e com­in­ci­ai a tossire furiosa­mente.

«Mira!» urlò Esmer­al­da, pre­cip­i­tan­dosi al tavo­lo del­la colazione. Per un pelo non le cadde la taz­za dalle mani. Benedet­ta don­na; non pote­va comu­ni­car­mi una notizia sim­i­le e immag­inare che ne uscis­si indenne. Spe­cial­mente con una tale quan­tità di cibo den­tro alla boc­ca. «Non vor­rai las­cia­r­ci così presto?» scherzò, ed io, anco­ra cian­ot­i­ca, ten­tai di ras­si­cu­rar­la con gli occhi.

«Sto bene» fiatai appe­na, dopo aver manda­to giù tut­to il tè nel­la taz­za.

«Cara ragaz­za, hai forse tim­o­re d’incontrare il tuo datore di lavoro?» Esmer­al­da sbat­té le lunghe ciglia abbel­lite da una gen­erosa dose di mas­cara. Il fat­to che avesse cen­tra­to la causa del mio qua­si sof­fo­ca­men­to al pri­mo colpo m’irritò.

Io non ave­vo tim­o­re del mio datore di lavoro, ne ero ter­ror­iz­za­ta!

Ave­vo trascor­so tut­to il tragit­to in treno, pre­gan­do che il vec­chio Angus fos­se par­ti­to per uno dei suoi con­sueti viag­gi in rap­p­re­sen­tan­za del­la fon­dazione benefi­ca di cui era pres­i­dente. Atte­so con trep­i­dazione dal capo di sta­to di qualche paese sper­du­to dell’Africa Sud, Est, Equa­to­ri­ale, Sahar­i­ana, nel deser­to dei Gobi, o giù di lì.

Per quel poco che ave­vo let­to di lui sul­la sua biografia, non uffi­ciale e non autor­iz­za­ta, sem­bra­va che non fos­se pro­prio un com­pagnone. “Burbero e assai esi­gente” era­no le parole che più mi ave­vano dato i bri­v­i­di. Cer­to, era anche avan­ti con gli anni, ave­va super­a­to i set­tan­ta, benché si dicesse che fos­se sta­to arcig­no anche in gioven­tù.

«Bè, no» esi­tai in cer­ca delle parole giuste. «Vede, ho let­to degli O’Brien nei lib­ri di scuo­la, ho stu­di­a­to la loro sto­ria, ammi­ra­to le loro imp­rese. Lavo­rare allo Stone Swan Cas­tle è sem­pre sta­to il mio sog­no, fin dal pri­mo giorno di uni­ver­sità.» Res­pi­rai a fon­do poiché mi sen­ti­vo gon­fia d’emozione e povera d’ossigeno. «Per dirla tut­ta, lavo­rare in questo luo­go era il sog­no di ogni stu­dente del mio cor­so.» La gov­er­nante sor­rise con com­pren­sione. «Ed io mi sen­to poco sicu­ra di me. Questo è il mio pri­mo impiego, e mag­a­ri al sign­or Angus non piac­erò; mag­a­ri mi tro­verà trop­po gio­vane e ines­per­ta… Conoscere Angus O’Brien III!» Scos­si la tes­ta, anco­ra incredu­la. Ed ecco che final­mente real­iz­za­vo la por­ta­ta dell’intera vicen­da.

Nonos­tante mi trovas­si den­tro il suo castel­lo, aves­si rischi­a­to il con­ge­la­men­to in una delle sue tor­rette, e fos­si sta­ta sul pun­to di morire a causa delle sue uova, non rius­ci­vo a capac­i­tar­mi che stes­si per conoscer­lo. «Sono emozion­a­ta, ono­ra­ta, soprat­tut­to inti­mori­ta dall’idea di non impres­sion­arlo. O comunque di far­lo nel­la maniera sbagli­a­ta, ed essere rispedi­ta a casa col pri­mo treno. Ecco, l’ho det­to.»

Esmer­al­da appog­giò una mano sul­la mia spal­la.

«Cara ragaz­za» disse in tono mater­no, «è sta­to il sign­or Angus in per­sona a sceglier­ti.» Davan­ti al mio sbig­ot­ti­men­to, la gov­er­nante annuì con deci­sione.

«Sul serio?»

«Ha vaglia­to di per­sona le richi­este dei can­di­dati e non è arriva­to nep­pure a metà di quelle per­venute. Quan­do ha let­to le tue cre­den­ziali ha urla­to: “Sig­no­ri­na O’Toole, scri­va a ques­ta ragaz­za. Voglio lei!” Nat­u­ral­mente nes­suno ha sin­da­ca­to cir­ca la sua deci­sione»

«Non capis­co» bor­bot­tai trasec­o­la­ta.

«Non c’è nul­la da capire» sen­ten­z­iò Esmer­al­da. «Hai i req­ui­si­ti richi­esti per questo impiego. Riguar­do all’esperienza…» si strinse nelle volu­mi­nose spalline imbot­tite del­la giac­ca. «Bisogna pur com­in­cia­re in qualche modo.» Annuii, sebbene fos­si anco­ra incredu­la. «Ter­mi­na la tua colazione e poi vai nel­la stan­za blu. Ti sta aspet­tan­do. É la pri­ma por­ta…»

«So dov’è» la inter­rup­pi, torcendo­mi le mani per la ten­sione. «Ho stu­di­a­to la planime­tria e conosco la posizione e la carat­ter­is­ti­ca prin­ci­pale di ogni stan­za. La stan­za blu è molto bel­la, ma la mia preferi­ta è la stan­za del cig­no.» ‘A propos­i­to: dov’è il resto di ques­ta?’ Esmer­al­da s’irrigidì, restrinse le palpe­bre e il sor­riso sparì dalle lab­bra.

«Eri mai sta­ta qui, pri­ma d’ora?» Assot­tigli­ai a mia vol­ta le palpe­bre. «Come tur­ista, inten­do.»

«Non ero mai sta­ta qui. Ciò che so, l’ho appre­so dai lib­ri. Tut­tavia ho stu­di­a­to questo luo­go fin nei min­i­mi par­ti­co­lari.» La don­na assen­tì.

«Dim­mi, sai per­ché lo stem­ma degli O’Brien è un cig­no con le ali aperte e il col­lo riv­olto al cielo?» Se pri­ma ero rimas­ta sbig­ot­ti­ta, ora dovet­ti mor­si­car­mi la lin­gua per non scop­pi­are a rid­ere.

«Intende se conosco la leggen­da del cig­no di pietra?» Era pro­prio una doman­da scioc­ca. La gov­er­nante annuì con una strana luce negli occhi, come se quel que­si­to celasse una sor­ta di sfi­da.

La leggen­da del castel­lo era scrit­ta su tut­ti i coupon illus­tra­tivi del­lo Stone Swan Cas­tle, la si trova­va sul sito web, e persi­no sui mod­uli per le richi­este d’iscrizione ai cor­si. Era un’attrattiva, se non l’attrattiva prin­ci­pale, che spinge­va ogni anno orde di tur­isti a vis­i­tar­lo.

«La conosco» risposi, impo­nen­do­mi di non aggiun­gere un sec­co “nat­u­ral­mente”. Nel mio per­cor­so for­ma­ti­vo ave­vo let­to quel­la sto­ria tal­mente tante volte che ave­vo fini­to per impara­r­la a memo­ria. Ave­vo addirit­tura incen­tra­to la mia tesi di lau­rea su di essa.

La leggen­da ஜ♖♖♖ஜ

 

Isabeau, figlia del sig­nore di Dung­hall s’innamorò, ricam­bi­a­ta, di Aya­monn, figlio del sig­nore di Fion­nell.

Il padre di Aya­monn, però, ave­va in seg­re­to com­bi­na­to il mat­ri­mo­nio con Muirín, sorel­la gemel­la di Isabeau. Il ragaz­zo dis­obbedì al padre e rifi­utò il mat­ri­mo­nio. Muirín, gelosa, decise di ven­di­care l’affronto riv­ol­gen­dosi alla potente stre­ga Olu­ba, dis­cen­dente diret­ta di Char­ram, la dea del­la magia oscu­ra, di cui era fer­vente dis­ce­po­la. Olu­ba preparò un incan­tes­i­mo ter­ri­bile. Il pri­mo ple­nilu­nio del pri­mo mese di pri­mav­era, se Isabeau fos­se sta­ta invi­o­la­ta, e cioè non si fos­se anco­ra con­ces­sa al suo innamora­to, il suo cor­po si sarebbe dis­solto e la sua ani­ma sarebbe vola­ta via, in cer­ca di un altro involu­cro che la ospi­tasse. Aya­monn ama­va Isabeau di un amore puro, acer­bo e spir­i­tuale; non l’avrebbe mai posse­du­ta pri­ma delle nozze, pre­viste per il sol­stizio d’estate.

L’amore sin­cero del ragaz­zo decretò la sorte del­la sua ama­ta.

Nel­la data sta­bili­ta l’incantesimo si com­pì, il cor­po di Isabeau svanì, costrin­gen­do la sua ani­ma a vagare in cer­ca di un altro. Lo tro­vò in una crea­tu­ra che sta­va venen­do al mon­do in quell’istante, un cig­no.

Aya­monn si dis­però notte e giorno per la scom­parsa del­la sua promes­sa, ma mai, nep­pure per un istante, pen­sò di pie­gar­si al vol­ere del padre, o del­la per­fi­da Muirín.

Aspet­tò il ritorno di colei che ado­ra­va per giorni, mesi, anni. Infine, quan­do la dis­per­azione lo inde­bolì, decise di rag­giun­gere la sua Isabeau, ovunque lei si trovasse.

Vagò sen­za meta, fino a quan­do, nei mean­dri del­la fores­ta di Whoille, si ritro­vò nei pres­si di un laghet­to, e nell’ultima ora di luce si fer­mò per rifocil­lar­si. A un trat­to, di fronte a sé, scorse un bel­lis­si­mo cig­no, col col­lo riv­olto al cielo e le ali spie­gate in un per­fet­to ven­taglio bian­co. Ad Aya­monn bastò uno sguar­do per capire che quel­la crea­tu­ra era la sua ama­ta.

E così, non si allon­tanò più da quel luo­go incan­ta­to. In suo onore fece erigere un grande castel­lo, e quan­do il cig­no morì fece scolpire la sua effigie, cus­to­den­dola e veneran­dola per il resto dei suoi giorni.

Non si sposò mai.

๑♖۞♖๑

 

«Vedi?» Esmer­al­da sfoderò un’espressione com­piaci­u­ta, «più req­ui­si­ti di questi?».

Con anco­ra la taz­za di tè in mano, volò via dal­la stan­za, leg­gera come una libel­lu­la.


Nioclás Conchobhar O’Brien ♚

 

Il mio cuore pal­pi­ta per te, mio pri­mo amore.

 

MIREÉN

 

Feci capoli­no dopo aver dato un leg­gero colpet­to alla por­ta soc­chiusa, Angus O’Brien mi aspet­ta­va sedu­to alla grande scriva­nia di rovere, legge­va il gior­nale e fuma­va la pipa.

«É per­me­s­so?»

«Si acco­mo­di, sig­no­ri­na Doyle» posò la pipa su di un posacenere di mar­mo, si alzò dal­la poltronci­na e tese la mano magra. Ave­va dita lunghe e sot­tili come grissi­ni. Era uguale alle foto pub­bli­cate sui lib­ri di testo, in quan­to alle note sul suo carat­tere, sperai fos­sero esager­ate. Altissi­mo, smil­zo, con abbon­dan­ti capel­li gial­lo paglieri­no, che un tem­po dove­vano essere sta­ti rossis­si­mi, ave­va gran­di occhi azzur­ri e lin­ea­men­ti gen­tili, nonos­tante i mar­cati seg­ni del tem­po. Anche il suo stu­dio era come mi aspet­ta­vo: pareti tappez­zate di broc­ca­to blu, sof­fit­to con enor­mi travi a vista, da cui pen­de­vano maestosi can­de­lieri a otto brac­ci, il grande camino (sopra di cui era appe­so un suo ritrat­to), acce­so e scop­pi­et­tante, e la famosa libre­ria di famiglia dove face­vano bel­la mostra numero­sis­si­mi testi antichi… to be con­tin­ued…

 

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